Bruno Caruso, 1988

Questa mostra avrebbe dovuto presentarla Guttuso per tutte le analogie che legano Nicola Figlia a quel mondo del folklore siciliano a lui congeniale i cui usi e costumi che all’arte figurativa sono approdati grossolanamente, per sommi capi, come un contributo selvaggio dell’etnologia all’arte: e mediante lo sgorbio frettoloso, che fatto da Picasso era senz’altro geniale e mai folkloristico, e che invece nei due artisti siciliani si riduce ad una adesione formale al mondo popolare.

Tuttavia nelle feste che Figlia ha raffigurato si riscontra un curioso modo di registrare l’avvenimento: sbrigativo, rapidissimo quasi che l’artista ne volesse cogliere l’attimo fuggente, l’atteggiamento fugace, il gesto repentino, l’espressione momentanea non dandosi neppure la pena di eseguire un buon disegno. Anzi con quella trasandatezza che usarono gli artisti dell’informale dai Cobra a Dubbuffet e che ha sottoposto la pazienza degli amatori d’arte ad una dura prova, la quale tuttavia testimonia un momento assai critico della cultura e della vita contemporanea. D’altronde l’arte non “rinnova i popoli” e non “ne rivela la vita”? Così che le opere di Figlia sembrano possedere nella loro sommaria esecuzione una particolare peculiarità quella di testimoniare la morte del mondo contadino e la registrazione delle ultime manifestazioni delle tradizioni popolari sopra vissute. Con un tono distaccato, con la freddezza di una statistica, ma con un dolore nascosto che riscatta queste opere dalla loro apparente assenza di partecipazione.

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Nicola Figlia

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