Bruno Caruso, 1991

In questi ultimi quadri di Nicola Figlia si verifica, come spesso accade ai pittori che entrano nella maturità, un processo di precisazione di tutto quello che l’artista aveva annunziato nelle sue prime opere: di sviluppo cioè e non solo sviluppo delle idee e delle tematiche, ma sviluppo proprio, come crescita pittorica e stilistica. C’è infatti in questi nuovi dipinti una conquista, quella apparente sciattoneria tecnica, che sembra ottenuta, a dispetto di un mondo paesano, abulico, al limite della demenza, nella sua duplice e ambigua condizione di essere al tempo stesso intrisa di banalità e di mistero. I suoi personaggi apparentemente ovvi potrebbero però  anche essere dei fantasmi e i luoghi niente di più che allucinazioni: così che il quadro diviene una semplice apparizione medianica. Un incubo sembra accomunare questi dipinti, l’incubo dello spettatore che invece di guardare il quadro ne è guardato, e che non riesce neppure a individuare chi in effetti sta guardandolo; perché chi guarda lo fa di nascosto, e con quegli sguardi molto siciliani che provengono da dietro una tenda o una persiana e sempre e comunque da una penombra misteriosa.

Quegli sguardi dei quali si avverte la penetrazione come l’avverte chi sta entrando nell’aura magnetica di un avvento irrazionale e misterioso e che vorrebbe escludere e rifiutare se non avvertisse un leggero formicolio alla testa. “Penetrare”! “La penetrazione degli sguardi”, il verbo penetrare!

E qui se ne può anche capire qualcosa guardando un quadro, che è pure una creazione; quando gli occhi di un personaggio (che sono gli occhi del quadro) penetrano nello spettatore come tutto ciò che la natura crea penetrando e lo fecondano con un’idea. Stavolta non è l’artista che scruta il mondo circostante come un “voyer” ma semmai si limita a registrare come il mondo guarda lui

stesso che lo riproduce e paradossalmente riproduce anche tutti coloro che guarderanno

la sua registrazione: ne intuisce l’ossessione e la trasmette; ne registra il distacco e forse ne prova anche vergogna, (la vergogna di chi, facendo un mestiere che è ormai fuori dal tempo vorrebbe farlo almeno in segreto).

Ma poi può anche accadere che tutti quei personaggi siano veramente dei fantasmi e il diavolo sia veramente il diavolo in persona, naturalmente sotto mentite spoglie, e, a riprova, il diavolo stesso appare. Allora l’artista con noncuranza coglie l’occasione per farne un suo modello e lo ritrae

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Nicola Figlia

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