Franco Grasso, 1983

Antiche espressioni della cultura popolare siciliana, sopravvissute in luoghi o tra gruppi sociali resistenti alle trasformazioni dell’era industriale, riprendono oggi valore, anche per le sollecitazioni di sociologi ed etnologi preoccupati di riscoprire e di salvare un patrimonio a cui sono legate le nostre radici. E crescono ad opera di Associazioni e di Enti le iniziative volte a promuovere, in occasione di feste religiose e laiche, manifestazioni folkloriche fedeli a tradizioni inestinte.

Tra queste un esempio forse unico di continuità è dato da una rappresentazione che quasi da due secoli si ripete a Mezzojuso, quella del Mastro di Campo. Protagonisti sono la regina Bianca di Navarra, il pretendente al suo letto e al suo reame, e di fronte il Mastro di campo, eroe ribelle non sgradito al cuore della regina; cavalieri e briganti, baroni e pastori, diavoli e maghi si affollano da una parte e dall’altra fra squilli di tromba e colpi di cannone, in una movimentata colorita pantomima che culmina con l’assalto al castello. Ne manca l’intervento, dalla parte del Mastro e del popolo, dello stesso Garibaldi coi suoi picciotti, in una anacronistica fantasiosa comparsa.

Il continuo arricchirsi di tale rappresentazione implica sempre più la partecipazione al suo svolgersi di registi e scenografi, di musicisti ed artisti. Tra questi Nicola Figlia che, direttamente coinvolto nella suggestione dello spettacolo, ce ne offre adesso una sua interpretazione pittorica ispirata ai personaggi, ai colori, ai movimenti sulla scena e sulla piazza di attori e di spettatori.

Ciò che più interessa rilevare è la fedeltà allo spirito della rappresentazione popolare, il sapore paesano, il senso di meraviglia e insieme di bonaria ironia che l’artista rende con un espressionismo rustico, istintivo, estemporaneo, fatto di violenti contrasti cromatici, di grottesche esasperazioni fisionomiche, in un convulso affollarsi e sovrapporsi di immagini.

Resta da vedere sino a qual punto questa rudezza di modi pittorici sia dettata dall’iniezione di aderire al carattere della pantomima, del suo pubblico, del suo ambiente; o piuttosto se la rappresentazione scenica non sia stata per Figlia l’occasione per esprimere un suo bisogno, anche in altre opere affiorato, di ritorno alla semplicità primitiva, allo spontaneismo emotivo, in polemica con le ricerche preziose, con le sapienti manipolazioni della pittura «colta».

E non c’è dubbio, per chi conosce gli umori di Figlia sin dall’epoca della contestazione, che tali modi possano nascere, sul lungo solco dell’avanguardia espressionista, dal riprodursi delle condizioni di disagio che gravano e più rincrudiscono nel nostro tempo.

One Response to Franco Grasso, 1983

  1. bamberottoli scrive:

    Codesto articolo è decisamente redatto nel migliore dei modi,
    così come l’intero pagina web (http://www.nicolafiglia.it) generalmente.
    Da affezionato, complimenti.

    1 articolo da spulciare è disponibile a questo link

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Nicola Figlia

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