Franco Simongini, 1991

Nicola Figlia mi ha proposto di entrare, con una certa irruenza, in un mondo pittorico e poetico a me inconsueto.

Certamente la definizione usuale della sua pittura è “pittura naif, ingenua, popolare, anche tecnicamente: ma sono pronto a giurare fino a un certo punto sulla sua ingenuità popolaresca!

Caso mai, c’è una partecipazione visionaria alla vita della sua gente e della sua terra, Mezzojuso nel palermitano, con un sottofondo culturale e bagaglio tecnico assai vasti e smaliziati: soprattutto in certi ritratti in cui si percepisce l’eco lontana di Picasso e di Guttuso (era inevitabile) e questa ossessione per il personaggio (di suggestione pirandelliana), questi volti e maschere di volti (come se, in qualche modo, un’occhiata all’espressionismo di Ensor l’avesse rivolta con molta attenzione); questa piramide, o circolo, ossessiva di volti duri, ilari, grotteschi, imbambolati, malinconici, ebeti, truci, folli, sfatti, ossuti, pingui, derelitti, di profilo o a piena faccia, dove la forza del colore sia pure stridente, il viola, il rosso, il verde, l’ocra, il giallo, serve quasi a sintetizzare, simbolicamente ed espressionisticamente, una sorta di silloge delle razze, dei tipi e sentimenti umani.

Interessanti soprattutto le rappresentazioni legate alla tradizione popolare del suo paese, della cultura contadina e folkloristica: in particolare quella rappresentazione carnevalesca, visionaria, quasi da incubo (ecco Ensor) del Mastro di Campo, con quella maschera rossa, diabolica e buffa allo stesso tempo, contornata dai soliti conturbanti allucinati primi piani di volti e volti, che stanno lì intorno al personaggio, come spettatori attenti nel palchetto di proscenio.

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Nicola Figlia

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