Giacomo Baragli

Il gruppo di pitture che Nicola Figlia espone per la prima volta al suo paese, assieme ad alcuni interessanti disegni, si presta ad iniziare un discorso più generale.

Se la contrapposizione tra “deus ex. petra” e “de mori ex machina” è ancora valida nell’era della tecnologia, due conseguenze ne scaturiscono: prima, quella di Nicola è un’arte religiosa; seconda, i nostri sono tempi diabolici.

Ma entrambe sono asserzioni paradossali che annoto solo per far rimarcare come, confrontate con le politissime strutture della arte primaria, con i resti della spazzatura dell’arte pop, con l’arte cinetica, le pitture di Nicola appaiono coraggiosamente controcorrente.

Cioè egli è sinceramente interprete di una realtà umana, geografica, sociale, economica, che è controcorrente, anzi è, purtroppo, fuori dalle correnti che muovono, impetuosamente ad est e ad ovest, le vicende umane.

Egli è l’interprete di una realtà contadina.

Questa realtà deve al più presto trovare il suo posto in un quadro più vasto, realizzare la sua sintesi col mondo moderno, chiarire – a se stessa in primo luogo – di non essere soltanto valida come produzione di beni, siano essi cereali, ortaggi, o quadri, ma anche centro di un vasto discorso culturale antagonista della pseudo-cultura ufficiale, nella cultura della città.

Come è già avvenuto molte volte, con risultati assai positivi.

Piero della Francesco a cui Nicola fa riferimento in uno dei quadri esposti, fu grande pittore ma anche sindaco, efficientissimo, del suo paese contadino, Borgo San Sepolcro.

Un paese assai simile a questo. A Mezzojuso.

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Nicola Figlia

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