Luca Di Martino, 1999

Palermo

Chiesa S. Francesco Saverio, piazza dell’Albergheria

9 – 16 dicembre 1999

 

 

Nel 787 il consiglio ecumenico svoltosi a Nicea stabilì l’importanza sacrale dell’icona intesa non solo come omaggio alla divinità, ma anche come “biblia pauperorum” ossia insegnamento visivo per coloro i quali non sapessero leggere. Sono passati ormai 12I2 anni e grazie a quella decisione che spazzò via il fanatismo iconoclasta, l’immagine, specialmente se sacra, ed il relativo potere del “visibile” hanno avuto riconosciuto il loro ascendente, tanto da imporre la loro egida al nostro sistema di vita, considerato ormai come “società dell’immagine”. Alle soglie del nuovo millennio per il quale già si prevede che tutto si muoverà per icone per nulla religiose (basti pensare ai simboli codificati dei computer), Nicola Figlia recupera la veste sacrale della simbologia; l’origine del visibile per plasmarla non solo in termini fisici ma anche contenutistici. Alcuni dei temi più cari della religione cristiana vengono da Figlia dilatati e sovrapposti così da conferire una nuova dimensionalità ai personaggi sacri e, analogamente alle immagini di Nicea, avvicinarle alla sfera più popolare. L’icòna bizantina giocava sul filo dell’avvincente bidimensionalità e sull’assoluto   protagonismo  del personaggio, viceversa Figlia circonda e riempie i soggetti di volti che “in nuce” rappresentano l’umanità. La sperduta moltitudine posta al di sotto del Cristo, giace all’ombra dell’incertezza mentre il Messia, quasi fosse un capace albero, abbraccia con i suoi rami-braccia i loro capi. La Vergine Maria si tramuta in dimora e nel suo ventre, ogni essere umano può essere accolto e circondato dalla sue vesti. L’ascensione delle anime verso la luce divina, viene rappresentata da Figlia attraverso un movimento circolare di dantesca memoria, che trova il suo apice contenutistico e la sua originale forza non solo nella diversità di forma e di colore dei personaggi, ma anche nella straordinaria tridimensionalità che egli ha saputo conferire al dipinto. La forma circolare, o meglio “il tondo perfettismo”, torna nel quadro in cui Figlia rappresenta l’ultima cena. Ad una visione longitudinale alla quale siamo abituati, il pittore ne preferisce una circolare per incastonare il Cristo in un tavolo che appare di pari, ma la cui cruciale (e sembra proprio il caso di dirlo) differenza viene rappresentata dal pane spezzato, simbolo al quale la figura del Messia viene legata. La diversità nella colorazione di volti conferisce alle fisionomie di Figlia una maggiore accentuazione, aspetto che nel pittore comunque è fortissimo. Il volto sembra essere per Nicola Figlia il centro di un tutto nel quale vengono raccolti i pensieri, le emozioni e le sensazioni di ognuno. Quasi fossero maschere che definiscono il personaggio al quale appartengono, lasciano intravedere il concetto secondo cui ogni essere umano recita un ruolo in quel grande teatro che è la vita. In ultima analisi la reinterpretazione che Nicola Figlia ha operato di questi temi religiosi non solo sorprende per la sua intensità, ma anche per quella sottile sensibilità capace di avvicinare momenti così alti ad una dimensione popolare, creando così una sorta di “icòna-pop” nella quale il divino muta la sua forma ed i suoi colori per divenire “oggetto di tutti” entrando così nell’immaginario comune.

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Nicola Figlia

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