Ludmilla Bianco, 2013

I disegni esposti documentano momenti diversi ma significativi dell’attività di Figlia.

E la raccolta ha il pregio di indurre a riflettere sull’identità dell’artista, oltre ogni etichetta, citazione, definizione.

Sul piano critico, infatti, l’esame del rapporto disegno-opera può far luce sulle sue ragioni e scelte tematiche, immaginative e di stile.  Insomma, restituire Figlia a Figlia, vero animale pittorico. E però costretto da se stesso come dalla critica a indefesse “pratiche traduttive” per essere compreso.

Il visitatore avrà modo, nei disegni, di cogliere aspetti interessanti.

In principio furono il segno inchiostrato, la scrittura nera e il colore da giungla, l’esplosione deflagrazione espressionista. I critici lo hanno ampliamente ribadito. Poi, l’artista intraprende una paziente umile ricerca su “come” esprimere ciò che intuisce dell’arte, della realtà in cui vive, di se.

Banale, si dirà. Accade a tutti gli artisti. Eppure Figlia è vitale; coniugare forme e indigenza di strumenti e mezzi unicamente suoi. Rendere tangibile nelle opere il rigore affascinante di assoluto, di astrazione vissuto con passione e la concretezza della propria umanità. Perché pratichi l’arte?

Cosa vuoi dire e, soprattutto, come, con quel colore e con quel disegno.

Inizia un cammino solitario, in cui sovente si auto traduce per farsi capire: ma anche l’autotraduzione è vissuta come apprendistato, un apprendistato sofferto, sebbene non privo di felicità artistica. I disegni in mostra testimoniano alcune frasi del rapporto disegno-colore e, nel fatto, come l’apprendistato non si sia mai arrestato.

 

L’osservatore non mancherà di notare mutamenti di rilievo, soprattutto nei disegni più recenti.

Il disegno di Nicola Figlia è migrante. Migra con moto incessante nel colore secondo i ritmi e le sonorità. Talora conflittuali consonanze e dissonanze, assonanze i unità disparata, che esso trattiene, silenti e non, in equilibrio precario.

Talora, piuttosto che irrompere con violenza nel colore stillante prima che sfugga a qualsiasi controllo, il disegno vi penetra. Come dal suo sottosuolo, ecco allora iridescenze splendenti, cromie che non sbiadiscono i colori, li intensificano. Una sorta di fonte aurea, prima interrata, ora libera e radiosa. Quasi fosse uscita dal riserbo.

Il colore, a sua volta, modula il segno, che non scava più, diviene raccordo flessibile: seppure incisivo, il solco non recide, non amputa. I disegni più recenti, con l’ormai mitico tema delle facce, in proposito chiarificatori. Piccole ferite affiorano vibratili e riverberano, qualificando i volti, gli spazi e le fratture, e tutto in apparente quiete, come danza di cui Figlia è ben attento a studiare le note, affinché non una sia disarmonica. Un’umanità che sussurra, bisbiglia, discute concitata e tace.

L’intera gamma delle passioni, i vivi e i morti, i savi e i folli possiedono sempre lineamenti deformi, ma ora fa la sua comparsa un’eleganza armoniosa in ciascun insieme, insieme costituito di tante isole di unità. Forse al dolore rappreso, all’amarezza non è più sufficiente l’ironia, forse un sentimento altro, più fondo accompagna e scandisce le corrispondenze ritmiche della danza collettiva e rituale dell’umanità impastata con l’ebbrezza della vita e con il fango del non ritorno.

Affamato di espressione vissuto in movimento girovagare cercando la frutta dell’arte e la sua passione

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Nicola Figlia

↓ More ↓