Pino Di Miceli, 1984

Parlare di un pittore è ardua impresa, specialmente se quel pittore è un tuo amico. Rischi di cadere nel “troppo” soggettivo.

Parlare, comunque, della pittura di Nicola è affascinante: chi lo frequenta vorrebbe magari stare li a raccontare i tentativi, i ripensamenti, le soluzioni mai precise ma sempre sofferte di chi dipinge non per passatempo o per mestiere ma per un bisogno di comunicare anzitutto, con sé e con l’altro.

Pittura travagliata, quindi, quella di Figlia, come travagliati sono i suoi volti: tema centrale, onnipresente.

Quei volti non sono maschere sociali (e un “omaggio e Ensor” presente nella mostra ne evidenzia le distanze); sono, direi, il lato maggiormente espressivo – grottesco di una umanità cui il nostro è visceralmente e, perché no?, liricamente legato.

Sono lirici infatti quei volti, scavati dall’essere proprio lembi di umanità. Lirici e silenziosi quasi in una sospensione della comunicazione verbale e non, che potrebbe ricordarti il “non chiederci la parola” di montaliana memoria.

Dicevo “visceralmente legato”: ma meglio “sensualmente legato”: il tratto e il segno ne sono la evidente dimostrazione, come pure il colore, in una sinfonia che tende ad essere mediterraneamente significante e quindi tragicamente goduta.

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Nicola Figlia

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