Pino Di Miceli, 1993

Nicola Figlia ha avvertito l’esigenza di offrire “in mostra” ai propri concittadini un’opera sul Mastro di Campo che egli ritiene, e non a torto, un omaggio “dovuto” alla nostra cultura popolare. Omaggio dovuto non come tangente culturale a una comunità che gli offre sempre stimoli, anche in negativo, per la sua attività di pittore. Ma un omaggio “dovuto” come dono, gratuito, da parte di un cittadino che si è sempre sentito parte integrante di tale comunità e alla quale ha continuato a lanciare messaggi cifrati, nel senso di codificati visivamente. Un dover donare stimoli quindi, più che un dover ringraziare per gli stimoli.

Si è detto che l’opera è costruita sulla falsariga dei teloni dei cantastorie. È vero. Ma non solo. Dati gli interessi e gli esiti di questi ultimi anni, la tela ha evidenti e strettissimi legami da una parte con l’arte medievale occidentale, con quella bizantina e tardo-bizantina così presente a Mezzojuso, con un’opera sicuramente poco nota che è la settecentesca porta lignea dipinta che nasconde la Vara del Crocifisso di Mezzojuso e dall’altra parte, con il cartellone dei cantastorie.

C’è, in poche parole, la ripresa del racconto che scandisce, ma non esaurisce, la lettura di un avvenimento, di una storia, attraverso la rappresentazione di alcuni momenti chiave.

A me piace vedere quest’opera come il verso di una grande pala medievale che reca dipinta sul recto la caduta del Mastro di Campo, attualmente nella sala consiliare del nostro Comune, o come una medievale cornice di un’opera il cui titolo potrebbe essere Mastro di Campo cadente e storie della sua vita.

Non sembri sacrilegio. In altre occasioni ho accennato alla lettura cristologica del Mastro di Campo.

Le soluzioni compositive e iconografiche mettono l’opera in collegamento con gli echi del tardo-bizantino e del Settecento siciliano presenti a Mezzojuso. Ma i colori sono quelli tipici del cartellone del cantastorie siciliano. Non un gazzettiere da strapazzo che dà in pasto a un pubblico vorace storie “sensazionali”, o un giornalista anglosassone attento alle cinque W, ma un narratore che suona, canta, costruisce secondo semplici ma ancestrali leggi poetiche per cui la rima diventa verità che deve restare impressa nell’immaginario collettivo.

Un narratore o, meglio, un cantore di miti, cioè.

Ecco perché i volti di Nicola Figlia non sono maschere sociali.

Il problema è oggi capire se siamo orfani del mito o se siamo ancora intrappolati nel mito. O viceversa.

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Nicola Figlia

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