Pino Di Miceli, 2010

I colori del campo

Il primo omaggio al Mastro di Campo Nicola Figlia lo realizza nel gennaio 1970: un disegno a carboncino per il manifesto della festa che si svolgerà da lì a poco. Da allora è passato tanto tempo. Nicola continuerà sporadicamente ad illustrare la sua festa. Finché nel 1980 avviene la svolta: il nostro pittore si dedica anima e corpo al Mastro di Campo. Il frutto si vede già nel 1983 con la personale alla Persiana di Palermo. Altre mostre lo vedranno coinvolto in  questo soggetto. Negli ultimi anni Nicola ha disegnato, dipinto e ridipinto personaggi, volti, azioni del Mastro di Campo, quasi in surplace, sornione come lui sa essere. Due anni fa ha voluto prendere un impegno: una istallazione con le scene madri del Mastro di Campo.

Improvvisamente tutto è ridiventato freschezza, impegno, cura, ricerca di un livello il più alto possibile, rilettura dei suoi più grandi amori (i bizantini, Duccio, Piero, i cartellonisti siciliani, gli espressionisti…) tesa al raggiungimento di un equilibrio o, meglio, di un’armonia che possa esprimere il Mastro di Campo secondo Nicola.

La festa popolare, tutte le feste popolari, sono lo specchio, la metafora di una comunità. E la comunità dei mezzojusari  Nicola la legge proprio nel suo grande Carnevale.

Certo, il Carnevale di Nicola non è leggero, aereo, effimero. E’ al contrario gravido, terreno, costante di un modo di essere in società. L’essere, l’apparire, il riflettere e il riflettersi si mescolano in un esito che lascia a volte un sorriso amaro: i suoi non sono infatti meri bozzetti perché hanno alle spalle una sensibilità non comune che va al di là della pur spiccata capacità di osservazione.

Ogni dipinto è completo in sé: trova in sé la propria origine e il proprio compimento; ma Nicola non rinuncia a narrare e – alla maniera medioevale e, perché no, bizantina – accosta le tele delle scene: ottiene così un percorso narrativo ben ritmato con l’accostamento anche dei notissimi visi. Sarebbero, questi ultimi, rappresentazioni del pubblico, degli spettatori. In tal modo, quello della mostra, diventa un pubblico di osservatori di altri osservatori.

L’istallazione della mostra, sviluppata in senso longitudinale, presenta un altro richiamo all’arte medioevale delle chiese affrescate. C’è infatti un senso di religiosità nel modo in cui Figlia si accosta alla realtà rappresentata, interpretata e spesso creata. E’ una religiosità non solo laica che gli deriva dal soggetto dipinto: l’uomo.

Le tele, rispetto al recente passato, risultano cromaticamente più vivaci e luminose. Ciò è richiesto dalla dimensione ludica del soggetto (siamo a Carnevale) e dalle strutture compositive. Ma da soli questi fattori non chiariscono del tutto la scelta cromatica o quella delle campiture nitide, ben definite. Parlando con lui, ho capito che alle spalle c’era la volontà di voler omaggiare, in maniera anche solenne – ma con il sale del coinvolgimento-straniamento ironico – un mondo che poi non è tanto “alla rovescia”.

 

Il volto, il sacro.

Nicola Figlia espone alcune delle sue opere nel chiostro di un convento francescano, in occasione di una festa religiosa. E’ bene ricordare tale cornice per svariati motivi.

Innanzitutto perché chi celebra la festa ha l’opportunità di usufruire un momento di riflessione in più, poi perché la tematica affrontata nelle sue opere entra in pieno nella sfera sacra ed infine… perché il Nostro è nato, è vissuto e vive ancor oggi all’ombra di un convento francescano, in quel di Mezzojuso.

Per Nicola Figlia dovremmo parlare di religiosità che pervade ogni sua opera, anche quelle che presentano una scorza tematica del tutto profana. Questa religiosità è data dal sentimento dell’autore nell’accostarsi ai suoi soggetti: è possibile un rapporto che non tradisca la dignità dell’atto comunicativo? I soggetti, a loro volta, nella materialità dei loro sensi (soprattutto bocca, naso, occhi, orecchi) lanciano anch’essi segnali, tracce, tentativi di comunicazione.

La prevalenza del volto conferma come Nicola Figlia intenda andare al centro dalla problematica della comunicazione. E’ una linea che egli vuol cogliere nelle proprie radici artistiche (Giotto, Masaccio, Piero, Michelangelo, Caravaggio e giù fino a Van Gogh, Picasso, Guttuso…) e culturali.

Allorché Figlia matura artisticamente e va oltre la maniera neorealistica siciliana, incontra in un precoce viaggio verso casa la “cultura visiva” di Mezzojuso. Innanzitutto il carnevale, ivi rappresentato dal Mastro di Campo: una colorata, intrigata e intrigante festa di volti e maschere. Poi la varia umanità che popola la piazza, i circoli, le botteghe artigiane, le feste religiose e quindi l’incontro con la grande tradizione bizantina presente attraverso la scuola cretese del Seicento.

A ciò si aggiungono ultimamente echi della pittura popolare siciliana, quella, per intenderci, dei cartelloni dei cantastorie e dell’opera dei pupi. Chi volesse però vedere in Figlia un naif sbaglierebbe. Un lettura, direi filosofica, della Bibbia completa il quadro della weltanschauung di Nicola Figlia.

Chi segue la sua attività fin dagli inizi tutto questo accavallarsi di spunti culturali ed estetici lo legge non solo nei temi ma anche nel tratto, nella pennellata, nelle campiture, nelle scelte cromatiche e compositive. L’approdo è verso una certa metafisica di oltre-temporalità che qua e là fa trasparire ancora quello scatto di nervosa materialità, in particolare modo allorché tocca tematiche che offrono una possibilità di narrazione oltre la descrizione.

 

 

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Nicola Figlia

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