Pino Di Miceli, 2012

Quante storie!

Nicola Figlia in questa mostra propone una serie di cartelloni in cui ha rappresentato delle storie.

La provenienza è molto varia. Dai testi biblici del Nuovo Testamento, ai miti greci, ai Paladini di Francia, al Mastro di Campo, alla vicenda di Francesco Bentivegna “da vile paurosa tirranide moschettato” a Mezzojuso.

Ma i cartelloni intendono rappresentare anche ciò che sembra aver superato la fase della rappresentabilità (i proverbi) e ciò che possiamo unificare sotto l’insegna del cosiddetto linguaggio figurato e/o dell’enigmistica pura.

Assieme fanno bella figura alcuni cartelloni che hanno ricevuto l’input dal laboratorio Dar corpo all’ombra dell’Accademia di Belle Arti di Palermo.

Cosa accomuna tutto questo materiale?

Innanzitutto l’esperienza di vita dell’autore, e cioè: Figlia cresce in un ambito in cui il racconto, l’avventura, la storia occupano una posizione importante nella formazione di un ragazzo. Si tratterà del teatro dell’opera dei Pupi o delle vicende proposte dai cantastorie (i Cuticchio e i Busacca erano molto conosciuti a Mezzojuso). Ma Nicola è cresciuto anche con Tex, Capitan Miki, i film western, i peplum all’italiana.

Il suo itinerario pittorico l’ha portato oltre. Ha riscoperto i miti greci soprattutto attraverso la lettura picassiana. Ha riscoperto la storia sacra attraverso una ardita rilettura delle icone di scuola cretese presenti a Mezzojuso. E’ arrivato al Mastro di Campo attraverso una continua indagine sul volto e quindi… sulla maschera.

Come si vede, la vita quotidiana si mescola con gli stimoli culturali. E non può essere altrimenti. Allora, oltre al Picasso già citato, i riferimenti nel nostro caso si chiamano Giotto, Michelangelo, gli Espressionisti, Guttuso e per ultimi, in ordine di tempo, i metafisici, con qualche puntatina alla lezione dei surrealisti.

Ed è una novità nella pittura di Figlia, partito dai corpi e dai volti che gridavano (come amorevolmente lo fotografò un giorno Franco Grasso). Da un iniziale neorealismo puro, forse di scuola, è pervenuto a un realismo grottesco ed infine a una rivisitazione del linguaggio della metafisica che forse gli è più congeniale per rappresentare col tono di un’ironia meditata, e quindi molto profonda, che si fa senz’altro autoironia.

Ed ecco i cartelloni sui proverbi, sulle metafore morte, sulle sciarade e su altri giochi enigmistici. Accanto agli stimoli di cui sopra, si aggiungono gli ambienti da Nicola frequentati in un piccolo centro come Mezzojuso: la piazza, il salone dell’amico barbiere.

Figlia destruttura semanticamente proverbi e metafore morte con un deciso recupero dei significati letterali che disorientano, spaesano lo spettatore e generano un sorriso imprevisto, a volte elucubrato, a volte facile, ma mai banale.

Da lì il passo verso la rappresentazione di giochi enigmistici è abbastanza breve. In questo caso – ad esempio, per le sciarade – diventa notevole come Nicola compone la rappresentazione dello scioglimento dell’enigma, di per sé semplice. In quel come si insinua l’ironia. Un’ironia sorniona, non di chi volge dall’alto uno sguardo di sufficienza, ma di chi in quelle “storie” apparentemente stupide è dentro fino al collo.

Essere dentro fino al collo… ecco uno spunto da non scartare, secondo me.

 

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Nicola Figlia

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