Pino Di Miceli, 1983

La festa del Mastro di Campo, un grande happening per occhi avvezzi alle scene d’avanguardia, è un esempio di carnevale drammatico tradizionale di una comunità rurale.

Il coinvolgimento della comunità tutta, nella fase preparatoria, e della «piazza» in quella esecutiva, è tipico di questa festa e del carnevale in genere.

«Il carnevale non conosce palcoscenico neppure nella sua forma embrionale… al carnevale non si assiste, ma lo si vive.

(Nel Medioevo) il carnevale non era una forma artistica di spettacolo teatrale, ma piuttosto una forma reale (benché temporale) della vita stessa… è la vita stessa che recita».

Queste sparse citazioni da Bachtin sembrano calzanti e per la festa in oggetto, con una scena preborghese, non prospettica, svolgentesi su diversi piani (centro della piazza, palco-castelllo, folla, vie adiacenti) e per la rappresentazione pittorica cui perviene Nicola Figlia.

Sensibilissimo verso «chi» lo circonda, e quindi verso la comunità in cui opera, non poteva non lavorare intorno a questo ciclo.

E’ un tema che «sente» e che gli consente di esprimere, adesso più chiaramente che nelle sue opere passate, un non provinciale e maturo realismo grottesco, tenuti presenti da una parte alcuni suoi «amori» del tardo Medioevo, Brueghel e Bosch (e il Bachtin delle citazioni di cui sopra si riferiva all’opera di Rabelais) e dell’altra tutto il filone dell’espressionismo moderno (Nolde, Ensor), con soluzioni spaziali che Figlia vuole a qualunque costo confrontare con l’esperienza quattrocentesca italiana.

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Nicola Figlia

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