Sergio Troisi, 1991

Le maschere si arrampicano per la superfìcie dei dipinti sino a saturarla completamente: volti ironici, ghignanti, beffardi, oppure melanconici e asserti, occhi

che si moltiplicano all’interno del quadro come un unico sguardo collettivo che gioca con lo spettatore una partita di complicità e di rimpiattino. Le opere di Nicola Figlia (esposte al castello di Mezzojuso sino al 6 gennaio) tessono una complessa rete di rimandi figurativi: l’opera di Ensor è la più evidente e immediata, appunto per quel tema della maschera che l’artista belga condusse nei primi decenni del secolo a emblema tragico di violenza e di dissoluzione del personaggio; ma, appunto perché così palese, finisce probabilmente con l’essere quello meno importante, una sorta di dichiarazione preliminare che introduce ad un mondo che con l’espressionismo ha, invece, poco o nulla da dividere. Le maschere di Figlia, infatti, sono sempre personaggi ammiccanti, fragili, in fondo rassegnati ad una esistenza dimessa che trova sfogo soltanto nell’occasione canonica della Festa del Mastro di Campo, il carnevale di Mezzojuso a cui il pittore ha dedicato la sua più importante serie di dipinti. Ed è allora questa relazione a filo doppio con la cultura e l’ambiente del luogo la nota più intensa di questa pittura che popolare non è, anche se ad alcuni stilemi della cultura popolare ammicca: in una semplificazione formale sapientemente dissimulata per esempio, che consapevolmente gioca anche su un registro colto, su citazioni sotterranee della pittura del passato (alcune nature morte che riprendono anche se in chiave naif rimpaginazione delle nature morte cubiste; la frontalità delle figure che fa eco ai modelli pittorici di Henri Rousseau). Oppure nella cromia accesa e intensa  costruita attraverso una stesura semplice del colore. O ancora, soprattutto nella serie del Maestro di Campo, in un tono epico, in una idea di narrazione e di racconto che sembra fare il verso alla pittura dei carretti, o ai cartelloni dei cantastorie.

Ma tutto questo rimarrebbe un semplice esercizio di stile, una acrobazia linguistica capace di  misurarsi con ambiti diversi e tradizionalmente separati se la pittura di  Figlia non fosse, al contrario, sostanziata da un sentimento malinconico che impregna l’apparente festosità delle composizioni, che insinua nei gesti delle figure, nella fissità delle espressioni  dei volti, nella ripetizione degli atteggiamenti e delle smorfie, la consapevolezza amara di essere attori di una commedia inutile. Come se il sipario fosse già calato, e gli attori si trovassero sospesi nel loro ultimo gesto di scena in attesa di dichiarare la finzione al pubblico, prima che la dimensione di ogni giorno riprenda il suo dominio.

La mostra, patrocinata dall’assessorato regionale ai Beni culturali, si svolge nell’ala restaurata del castello Corvino; in catalogo, testi (tra gli altri) di Bruno Caruso, Pino Di Micèli e Sofia Cuccia.

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Nicola Figlia

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