Sofia Cuccia, 1991

Determinate iconografìe, innestate nel carisma della fede e della religiosità in termini corali e spettacolari facenti ricorso allo splendore rutilante dell’oro e alle infuocate tonalità del colore del sangue, che si esprimono, a partire dai primi secoli del Cristianesimo, nelle iconostasi bizantine presenti in architetture chiesastiche d’oriente e d’occidente, hanno la capacità di soddisfare con tipologiche socialità linguistiche istanze devozionali, anello di collegamento tra il mondo terreno dell’uomo e quello celeste di Dio.

Il dato spettacolare e la ripetitività formale attanagliano spesso gli impulsi, i bisogni profondi dell’io, i motivi della soggettività vissuta, ma tutto ciò non vieta allo spirito critico di pervenire al disincantamento tramite l’ironia, il tragico turbamento, la contrapposizione.

Cosicché le monotone “regolarità” relative alla struttura compositiva, alla prassi, alla simbologia apprese, analizzate, vissute e sentite dal pittore nell’ambito del paese natio – dove in quattro chiese, con diversificata espressione, il diaframma che divide il presbiterio dalla navata funge da parte integrante del sacro addobbo atto a creare, nei suoi significati spirituali, l’atmosfera e il raccoglimento necessari alla preghiera – sono nello stesso tempo negate, ripudiate con audaci aberranti elaborazioni i cui tasti umani sono l’aggressività, la violenza, il disagio morale.

In molti casi accade che gli stessi artisti ignorino le diverse interpretazioni delle loro opere, però un’espressione di arte rappresenta un messaggio ed è generalmente un prodotto inteso ad avere un senso, un impiego presso un pubblico in base ai costumi, alle tradizioni, alle circostanze, sicché si presta ad un significato palese oltre che ad interpretazioni più o meno ermetiche e allegoriche.

L’iconostasi di Nicolo Figlia, fluttuante per l’abbondanza dei rossi drappi, bizantineggiante e popolaresca, apparentemente incoerente e disordinata, è il frutto maturo di un sofferto compromesso tra pulsioni oscure ed elaborazioni culturali, tra sogni e ritmi evolutivi naturali e turbe sociali e parentali, tra tradizioni linguistiche e mode, libere associazioni interpretative e sintattiche, simboliche e dinamiche.

Nel procedere del creare e ricreare entro l’area fenomenologica dei succitati processi psichici sono nate le singolari realtà pittoriche di Nicolo Figlia che riportano pubbliche manifestazioni e costumanze locali e tengono conto dell’oggettività, della soggettività e della loro interazione.

I rigurgiti denigratori, demistificatori, provocatori delle istanze del ’68, nonché il sofferto espressionismo nordico di inizio secolo sono premesse culturali non esclusivi riferimenti della tormentata vicenda artistica del pittore che trae soprattutto alimento dalla sua complessa personalità e dal sostrato rurale vivido sensibile acuto “intensamente colorato” nel senso totale del termine che include amore e ripudio, possesso diniego comprensione, rispetto e odio cioè un miscuglio di contrastanti bollenti sentimenti che si legano e si combattono.

La pasta cromatica, ora carica, ora densa e infuocata, ora attenuata e spesso definita da nera profilatura, ora dinamica e luminosa costituisce l’ordito e la trama delle parti lignee dell’ipotetica iconostasi nonché delle tele raffiguranti immagini ora atteggiate ad iconografìe bizantine ora realistiche e caricaturali.

Un discorso a parte meritano i concreti oggetti, posti nello spazio reale contro la cortina dei rossi tendaggi, cioè le due sedie che guardano il pubblico, reggono il libro aperto e fungono da leggio. Il gioco degli enigmi, delle ambiguità, il clima di stupore e di indignazione che ne deriva inducono lo spettatore (di scenografìa in definitiva si tratta) a porsi incessanti interrogativi.

Apparenza e significato, doppia faccia dei poteri rituali e simbolici nel momento in cui sono scossi con violenza dalla rigidità del conformismo, portano – strano a dirsi – autentici messaggi di rivelazione, di fede, di amore del conoscere del sapere dell’operare; raggiunta la matura sicurezza, l’artista sente la forza di manifestare appieno i sentimenti soffocati e negati per lungo tempo ma presenti nel profondo delle coscienze e, finalmente rotta “la crosta” delle consuetudini locali, parla a voce aperta servendosi di appropriati strumenti iconografici.

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Nicola Figlia

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