Stefania Severi 2001

Nicola Figlia è siciliano e la sua imagerie è profondamente legata alla sua terra. Egli, infatti, attinge all’arte bizantina ed al repertorio popolare, linguaggi ampiamente documentati in Sicilia. Ne scaturisce un sincretismo che perviene a livello estetico dopo una lunga e complessa rielaborazione personalissima, attraverso un linguaggio nuovo che mira a porsi come autoctono, immune da mode e modi tanto dell’Oriente quanto dell’Occidente. In realtà non si tratta di un linguaggio naif, al contrario si tratta di un recupero colto che si vuole porre come peculiare. Non è un caso se l’artista ha realizzato in prevalenza repertori religiosi essendo la religiosità profondamente radicata sull’isola. I celebri mosaici di Monreale si coniugano con il “racconto” dei cantastorie che trova spazio sui pannelli esplicativi per poi giungere nel teatro dei Pupi e sui tipici carretti. A questa Sicilia immortalata da Verga riguarda Figlia, convinto che recuperare i valori della sua terra sia compito anche dell’arte, e nello specifico di quella figurativa. Non già arte di nostalgia o arte del passato ma arte del presente che si avvicina, per certi aspetti, agli esiti propri della Pop Art, ma non allineata al Pop Americano ma nell’ottica di un Pop “siciliano”.

“Epi Si Cheri”, un’opera di cm.120 x 120 del 1996, è particolarmente indicativa del percorso dell’artista. Egli si è ispirato ad un’icona bizantina di tale titolo conservata a Mezzojuso, reinterpretandola pur rimanendo fedele allo spirito dell’icona: ieraticità, staticità, assenza di tempo e di spazio, comunicazione del messaggio attraverso simbologie ampiamente diffuse. Ne ha composto un’opera suddivisa in nove scene ognuna delle quali illustra un passo di un inno dedicato alla Theokòs, la Madre di Dio. Il titolo, infatti, è l’inizio dell’inno. In tale complessa composizione se nella tipologia degli Angeli e della Vergine il rimando al mondo bizantino è più esplicito, nella rappresentazione dell’umanità troviamo invece una maggiore aderenza al linguaggio espressionista. La folla, infatti, pur conservando la sovrapposizione che annulla la profondità propria dell’arte  bizantina, non ha l’anonimato che è tipico di quell’arte. I volti sono diversi uno dall’altro, una diversità sottolineata anche dal colore, bianco, giallo, verde, rosso, bruno. I nasi, la linea del volto, i capelli, gli occhi sono diversi a sottolineare la diversità che pure è sottesa nell’uniformità della natura umana.

La “Via Crucis” è particolarmente legata, nella scelta compositiva, al repertorio popolare siciliano ed in particolare ai cartelloni usate dai cantastorie. E’ infatti un cartellone di cm 130 x 154, anch’esso del 1996, in cui le stazioni sono disposte su registri sovrapposti, con la Crocifissione centrale. «Ma non dovremmo meravigliarci più di tanto, dal momento che anche noi dedichiamo nella nostra Sicilia molto più tempo, molto più denaro, molta più energia alla celebrazione del Venerdì Santo, piuttosto che a quella della Domenica di Pasqua» (Giuseppe Di Miceli).

Il tondo (cm. 0120) con FUtima Cena” recupera anch’esso la simbolica spazialità bizantina che negando la verosimiglianza privilegia il simbolo, così i pani sulla tavola, e la tavola stessa, sono visti come dall’alto mentre i bicchieri sono in posizione frontale. Anche qui, per sottolineare la diversità degli apostoli Figlia ricorre ad una cromatismo fortemente espressivo.

Nuovo ed antico è il linguaggio di Figlia che parla il linguaggio dei semplici portarsi comprendere anche dai più dotti.

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Nicola Figlia

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